"Siamo costruttori di relazioni”: l’insegnamento di L’Aquila al Servizio Civile

"Siamo costruttori di relazioni”: l’insegnamento di L’Aquila al Servizio Civile

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Un mese fa un gruppo di volontari “pionieri” ha iniziato le attività di costruzione da zero di un oratorio-tenda per l’Estate ragazzi salesiana a L’Aquila. Tra loro, primi fra tutti, c’erano Jacopo Minetti e Isidoro Albergucci, rispettivamente volontario e responsabile del Servizio Civile ad Asti. A distanza, ci è venuto il desiderio di scoprire quale frutto avesse portato l’incontro particolare tra il Servizio Civile Salesiano e il campo. Così li abbiamo intervistati.

Le loro parole gettano una luce sul senso del nostro “fare servizio civile” che ci ha sorpreso.

 

15 luglio 2009. Raggiungiamo Jacopo telefonicamente mentre è impegnato a “mettere dischi” per i bambini della piscina. Ci dedica qualche minuto.

Domanda. Che cosa ci racconti di te?
Risposta. Mi chiamo Jacopo Minetti e sto svolgendo il Servizio Civile con i Salesiani del Piemonte dal settembre 2008 presso l’emittente “Prima Radio” di Asti dove lavoro come tecnico in regia e “metto i dischi”…

D. Dalla radio alla tendopoli di L’Aquila: il passo è stato grande!
R. La possibilità di andare a L’Aquila non mi è stata offerta: sono io che mi sono proposto! Subito dopo il terremoto, tre mesi fa, mi sono informato sulla possibilità di dare una mano sul luogo. Sapevo che c’era bisogno e non volevo restare a guardare. Ho pensato che se avessi avuto un lavoro e una famiglia da mantenere non avrei potuto lasciare tutto e andare; ma essendo un volontario del servizio civile mi sono detto: “Se per una settimana non metto dischi in radio non succede niente. Giù a L’Aquila invece faccio qualcosa di molto più utile”! Così sono partito e ho trascorso al Campo Zero del quartiere Pile una settimana dal 13 al 21 giugno.

D. Che cosa ti aspettavi prima di partire e che cosa hai trovato?
R. Non mi aspettavo niente di particolare. Ero contento di andare e basta. Poi ho visto una realtà che non immaginavo. Noi al Nord che abbiamo vissuto il terremoto da lontano non ci rendiamo conto di cosa sia accaduto veramente e di come si vive ora. Puoi vedere il TG, leggere il giornale, ma è andare e vedere con i tuoi occhi che ti fa capire come stanno le cose.
Appena siamo arrivati io e Isidoro, il mio responsabile, siamo “finiti” subito alla tendopoli del quartiere Pile e al campo Baden Powell (il parco pubblico destinato alla costruzione dell’oratorio-tenda, ndr). Immediatamente ho capito la situazione: file infinite di tende, come una piccola cittadina. E poi la città: non c’è casa che non abbia guardato, e tutte sono danneggiate. Di sera soprattutto vedi una città fantasma: le serrande abbassate, le luci spente. Di sera ti accorgi che è una città vuota. Poi però torni al campo, e lì è un’altra cosa: lì ci sono 300-350 persone, lì c’è vita.

D.
Ti abbiamo visto nelle foto insieme agli altri volontari alle prese con l’erba alta del Campo Baden Powell…
R. Quando io sono arrivato l’erba era già stata tagliata, bisognava raccoglierla e portarla via. Un gran lavoro! Questo ti fa capire con i tuoi occhi che il campo era ed è ancora tutto da costruire. Ma c’è tanta energia in giro, tante persone che si danno da fare. Quando ci sono i bambini di mezzo, poi, la gente si mette in moto.

D. Dal tuo racconto emergono soprattutto impressioni positive sulla tua esperienza, ma difficoltà ne hai incontrate?
R. A dir la verità no. (ride) Beh, prima di partire il mio timore era che non avendo mai fatto l’animatore avrei incontrato problemi a stare con i bambini! Ne avevo parlato con un amico qui a Torino, il suo consiglio è stato: “Tu va lì e renditi disponibile a qualsiasi cosa ti chiedano”. Aveva ragione: non ci vuole nulla a stare con i bambini, ti coinvolgono loro! Quelli del campo poi sono pieni di vitalità, nonostante la disgrazia che hanno vissuto. Sono bambini!

D. Allora davvero tutto così semplice?
R.…( si ferma un attimo a pensare) Beh, no, una difficoltà c’è stata (diventa serio): capire davvero cosa sta provando questa gente. Andare ogni giorno alla mensa, mettersi in coda, ogni colazione, pranzo, cena, senza una casa, è una “roba” triste. La mensa è triste. Non so perché.

D. Don Roberto Formenti ha definito la vita nel campo “una vita molto condivisa”…
R. Sì, sì, è proprio così! La vita è tutta fuori, nel campo, ed è tutto “vita in comune”. Un’attività continua, 24 ore su 24, momenti vuoti non ne hai. Mai fatte così tante cose in così poco tempo! Ma la fatica non ti pesa proprio!

D. Lo slogan del servizio civile recita “Una scelta che ti cambia la vita”. A te questa esperienza di volontario in servizio civile a L’Aquila cosa ha lasciato?
R. Mi ha cambiato la visione delle cose. Se non vai sul luogo non ti rendi conto, finché non vai non capisci proprio come stanno i fatti, cosa è accaduto e come vive ora la gente lì. Parli di tutto con le persone, ma puoi star certo che dopo 5 minuti finiscono per raccontarti del “loro” terremoto. Certo una settimana di tendopoli non è proprio una vacanza, ma per me è stata un’esperienza “fantastica”.

16 luglio 2009. Isidoro Albergucci è collaboratore presso l’emittente di Asti “Prima Radio”, per cui ricopre anche l’incarico di “OLP”, Operatore locale di progetto, ovvero il Responsabile dei volontari in servizio civile nella sede. Lo chiamiamo. Siamo curiosi di ascoltare il suo punto di vista sull’esperienza…

D. Il servizio civile con i Salesiani in una radio? Ce ne puoi parlare…
R. Prima Radio è una radio commerciale di ispirazione cristiana e gestita dai Salesiani del Piemonte. Il suo palinsesto dà ampio spazio all’informazione, ma anche all’intrattenimento e alla musica. La nostra scelta è stata quella di “utilizzare” il servizio civile per dare possibilità ai ragazzi di imparare un mestiere e allo stesso tempo respirare un’atmosfera e un ambiente di lavoro diversi, cioè basati su altri valori.

D. Anche per te, come per Jacopo, il passaggio dalla Radio al campo “Baden Powell” è un gran salto! Come ti è venuto in mente di andare?
R. Guarda, quando succedono tragedie di questo tipo capita a tutti di sentire dentro il desiderio di fare qualcosa di concreto, di dare una mano oltre il semplice SMS o bonifico di raccolta fondi. Ma avere la fortuna di sentirsi dire: “vieni, c’è bisogno di te!” e sapere che a dirtelo è una struttura organizzata, che ti accoglierà, ti inserirà in una attività con un ruolo ben preciso, conoscendo cosa andrai a fare, lavorando insieme con un obiettivo preciso…beh, questo non capita a tutti! Sono due desideri, due bisogni, che si incontrano! È la cosa più bella! A L’Aquila ho trovato un’equipe con un obiettivo. Ciascuno con la sua capacità precisa era impiegato verso questo obiettivo. Io, che nella vita mi occupo di comunicazione, mi sono preoccupato di far sapere all’esterno cosa si stava facendo. Così ho contattato il giornale e la Tv locale, persino la Rai. E ho anche creato uno striscione da mettere sulla strada di modo che tutti conoscessero la nostra presenza e le nostre attività. Certo siamo andati anche al “Brico” a comprare i chiodi e li abbiamo piantati! Ma principalmente mi sono occupato di raccontare all’esterno quel che stavamo facendo.

D. In qualità di “Olp”, come hai visto l’attività di Jacopo?
R. Diversamente da me, Jacopo ha seguito di più i ragazzi del campo. E così si è trovato catapultato in un mondo di animazione da cui era totalmente distante fin a quel momento. Credo sia stata un’esperienza molto utile per lui.

D. La “Carta etica” del Servizio Civile descrive la relazione tra volontario e Olp come un rapporto “da apprendista a maestro”…
R. … e questa esperienza ne è un esempio! Noi in radio abbiamo una “fissazione”: raccontare la “buona notizia”. Ai ragazzi cioè, cerchiamo di far capire cosa significa raccontare una notizia e leggere e raccontare il mondo e la realtà intorno in un altro modo, con altri occhi. L’esperienza del campo ci ha fornito un caso concreto.

D. In che modo?
R. A L’Aquila abbiamo fatto insieme una riflessione da cui abbiamo appreso molto: TV e giornali raccontano dell’Abruzzo soprattutto il bisogno di ricostruire le mura, i palazzi, le case. In realtà, paradossalmente, per certi versi è “un bene” che le mura siano crollate! Muri fisici, infatti, nelle città sono anche muri psicologici, barriere tra le persone: alla sera ci si chiude in casa davanti alla TV, ciascuno per conto suo, ci si connette ad Internet ma senza un vero contatto umano. Il crollo delle mura a L’Aquila ha “costretto” la gente ad abbattere anche le barriere umane. Vivere in una tendopoli significa vivere tutto insieme: si mangia tutti insieme, alla sera ci si ritrova, tutto è vissuto in comune. I muri crollati hanno dato agli abruzzesi la possibilità di stare insieme, di fare COMUNITÀ. A L’Aquila abbiamo visto perciò una buona notizia!

D. E il servizio civile a tutto questo come risponde?
R. Noi operatori e volontari del servizio civile siamo innanzitutto “COSTRUTTORI DI RELAZIONI”. Come servizio civile siamo andati giù non a ricostruire muri, ma a costruire relazioni tra le persone. L’oratorio è uno degli strumenti che abbiamo potuto utilizzare per questo scopo.
E l’ho visto anche su di me l’effetto di queste relazioni ricostruite. Appena arrivi a L’Aquila ti domandi: “se non ci fossero stati i volontari, non solo del servizio civile, ma anche di tante altre realtà, cosa sarebbe stato?” La Protezione civile e lo Stato, con tutte le difficoltà, stanno facendo grandi sforzi: noi in tenda avevamo l’aria condizionata! Tutti i volontari che operano in Abruzzo sono persone estremamente preparate! Sono tornato a casa con la profonda sensazione di vivere in una COMUNITÀ che sta intorno a me ed è capace, semmai capitasse anche a me un’analoga tragedia, di farmi stare bene.

L’intervista finisce. Ci resta dentro una sensazione di grande fiducia. Pensiamo come sarebbe diversa la nostra vita se avessimo tutti la consapevolezza di far parte di questa COMUNITÀ! Sarebbe una rivoluzione, un cambiamento reale, davvero… un terremoto! Jacopo e Isidoro lo hanno visto e vissuto in prima persona e ora lo racconteranno. Il servizio civile dà a molti la possibilità di farne esperienza perché la buona notizia si diffonda! 

                                                                                                 Giorgia Li Vigni