Intervento di Don Fabio Attard al Seminario Educare al tempo della complessità

Intervento di Don Fabio Attard al Seminario Educare al tempo della complessità

Don Fabio Attard

L'intervento di don Fabio Attard, Consigliere Generale per la Pastorale Giovanile dei Salesiani, al convegno in corso a Roma fino al 13 febbraio.

"Il tema che ci siamo proposti per questi giorni è uno di quei temi che chiama in causa tutto ciò che noi siamo e rappresentiamo. È un tema che ci invita a riflettere sulla nostra prassi e allo stesso tempo, terminate queste giornate, ci incoraggia verso mete ancora più generose. Educare al tempo della complessità non è semplicemente una frase che può fare fortuna o meno, non è neanche uno slogan. Per tutti noi che siamo impegnati in prima linea con i ragazzi e i giovani, il titolo che ci accompagna in questi giorni ci parla in una maniera molto attuale e direi anche molto profonda. Siamo qui perché della nostra vita stiamo cercando di fare loro un dono. E lo facciamo proprio perché crediamo in loro.
Vorrei presentare la seguente riflessione partendo da una lettura dell’attuale situazione sociale, con alcuni suoi aspetti e punti interrogativi. Lo faccio perché quando noi parliamo di complessità, stiamo parlando di un vissuto concreto che ha radici sociali, che ha espressioni culturali, lo incontriamo nella storia e nella vita di ogni giovane. Non si parla della complessità come se fosse un fattore distante da noi.
Se mi permettete, vorrei sviluppare questa riflessione con lo stile di una serie di quadri. Mi immagino, insieme a voi, con un gruppo di ragazzi, in uno dei nostri cortili salesiani, in un giorno qualunque, quando sembra che sia noi, come educatori, come loro, i ragazzi, abbiamo deciso di passare un po’ di tempo insieme. Credo che tutti abbiamo avuto queste occasioni dove si sente che i ragazzi hanno voglia di parlare, aspettando che qualcuno li ascolti.

1. DESIDERO ASCOLTARE LA TUA STORIA
Il primo quadro è quello della curiosità. Un quadro che è segnato da un desiderio di ascoltare il loro racconto, la storia della loro famiglia, dei loro compagni. Un quadro, però, che in qualche modo ci lascia alcune sfide non sempre risolte. Di questo quadro vorrei rilevare alcuni atteggiamenti e alcune realtà.

1.0. CONTRASTO
Una prima impressione è quella del contrasto: ci accorgiamo subito che tra ciò che loro stanno vivendo e ciò che noi abbiamo vissuto, sembra che non esista quasi nessuna somiglianza. È l’impressione di essere in un altro pianeta, di appartenere ad un altro genere di vita. Questa prima impressione è come un primo segnale che apre la strada ad altre convinzioni e fa vedere altri contrasti.

1.1. DIFFIDENZA
Ascoltando la loro storia, ci rendiamo conto che la società del nostro tempo non c’è più e quella che c’è davanti a noi, troviamo difficoltà a farla nostra, non ci appartiene, ci è estranea. Viviamo in essa, ma proviamo diffidenza di fronte ad un modello sociale e culturale che non è più la continuazione di ciò che abbiamo vissuto.
Credo che questo rifiuto, questa diffidenza, il più delle volte abbia la forza di segnare la nostra lettura della situazione, il modo come leggiamo e percepiamo i nostri ragazzi, la maniera come in fine trattiamo con loro. Rischiamo di accettare, sì, di essere per loro educatori, ma, in fondo in fondo, progettiamo, senza dirlo, una distanza affettiva, un rifiuto che finisce per essere nascosto sotto il velo della pseudo-professionalità educativa.
Ascoltare la loro storia con questo atteggiamento interiore diventa una cosa non facile, insopportabile. Avvicinarci ai nostri ragazzi, rischia di diventare un impegno impersonale, perché, fondamentalmente, non ci sentiamo cittadini del loro mondo.
A questo punto, credo che dobbiamo ascoltare la controparte, la loro voce. Quello che ci chiedono i ragazzi è, prima di tutto, di incarnarci nel loro mondo, nella loro storia con condizioni ben precise: non ci chiedono di rinunciare alla nostra identità, non aspettano che rinneghiamo il nostro passato cambiandolo per il loro presente. Ci implorano di superare la diffidenza, desiderano che siamo presenti, così come siamo, facendo uno sforzo di incontrarli, di ascoltarli, e di accettarli così come sono. Uno sforzo che loro apprezzano molto quando veramente c’è. Al contempo, percepiscono benissimo quando non c’è.

1.2. LA PERSONA AL CENTRO
La società nella quale siamo cresciuti, la società moderna, anche se tutti sappiamo che non era perfetta, però aveva alcune sue caratteristiche che in qualche modo ci mancano: per esempio, sentiamo che la persona, con la sua autonomia insieme al primato della ragione, occupava un posto al centro delle preoccupazioni quotidiane. Guardiamo indietro nel tempo e ci accorgiamo che il nostro passato era segnato da una visione che era meno anonima e più comunitaria.
Oggi, sentiamo un certo impersonalismo, e che è reale. E forse anche noi, senza saperlo, per difenderci, ci troviamo inghiottiti in questa logica e la applichiamo. Il ritorno al passato invece di essere un ritorno verso una fonte che ispira un futuro migliore, rischia di essere come le cipolle di Egitto, un ritorno che ci irrigidisce e ci chiude ancora di più.
E le conseguenze per noi educatori non sono indifferenti. Alla chiamata ad essere profeti, all’urgenza di facilitare processi che recuperano il soggetto come persona, rischiamo, se non stiamo attenti, non solo di non esserlo, ma peggio ancora di essere collaboratori di una logica pessimista e negativa. Una logica che privilegia il primato dell’individualismo sulla logica della fraternità e della comunione. Una logica della chiusura, invece di una logica di solidarietà.
E qui è veramente il caso dove, prima che parli la bocca, parlano le nostre azioni, le nostre scelte, i nostri atteggiamenti.
Dall’altra parte, vediamo e sperimentiamo, che quando ci mettiamo, con sincero e dedicato impegno, a costruire proposte ed esperienze di solidarietà con i nostri giovani, loro rispondono con una generosità che ci sorprende. Basta un accenno alla vasta area di volontariato per capire bene quello a cui sto alludendo. Ecco di nuovo una contraddizione del nostro tempo post-moderno: si ha impressione di una grande apatia, ma, allo stesso tempo, di una grande voglia di mettersi in gioco; un anonimato quasi programmatico, ma, allo stesso tempo, una gran voglia di incontrarsi, di conoscersi, di aiutarsi.
E noi, educatori, ci troviamo in questo mare magno di indecifrabili proporzioni.

1.3. LA CHIESA
Nella società che abbiamo conosciuto noi, pur nella contrapposizione, qualche volta anche nel conflitto, la Chiesa rimaneva un soggetto importante. Siamo cresciuti dentro un’esperienza dove la Chiesa, con tutto ciò che rappresentava, la vita religiosa, i valori religiosi, i riti, il patrimonio culturale, era riconosciuta come un elemento importante ed indispensabile, del vissuto sociale. Anche quando era rifiutata, o contrapposta, in un modo rifletteva il bisogno che ci fosse.
Nella nostra attuale esperienza educativa nel mondo giovanile, invece, abbiamo l’impressione che sia tutto il contrario. Non solo manca l’apprezzamento alla dimensione religiosa, non solo manca la contrapposizione, anche quella del conflitto a proposito del religioso, ma ci troviamo di fronte ad una pura e sincera ignoranza totale del religioso nella sua totalità.
Ci sentiamo spiazzati. Sembra che manchino gli agganci valoriali che possono servire da bussola, da punto di riferimento comune. Quelli che erano i punti saldi di convergenza, scontati per noi, ai nostri ragazzi, il più delle volte, non dicono più niente.
Ed anche qui, ci troviamo in un vero e proprio dilemma. Di fronte all’assenza del religioso come lo abbiamo conosciuto noi, notiamo una grande sete e fame dello spirituale. Senza addentrarmi troppo in questo tema, d’altronde di grande importanza per la pastorale giovanile, non possiamo ignorare i grandi studi e ricerche dove tutti stanno affermando la grande voglia dei giovani che si manifesta nella ricerca del senso.
Certamente non è, e non sarà, una ricerca con le stesse nostre modalità. La loro ricerca è segnata da quelle dimensioni di autonomia, di individualismo di cui sono eredi. Spetta a noi cogliere la domanda e educarla al fine che sia veramente colta nella sua veracità per il bene degli stessi giovani. Sappiamo, però, che non è facile. Ma il non essere facile, non deve mai dare ragione all’abbandono o, peggio ancora, alla sottovalutazione della loro sete.
Permettetemi un piccolo racconto. Una volta, predicando a un gruppo di giovani sacerdoti, uno di loro, parroco in una parrocchia media, mi raccontava come parte del suo ministero consisteva nel visitare la scuola elementare. Una volta, all’inizio dell’anno scolastico, telefonò alla maestra per dirle che avrebbe visitato la scuola e si sarebbe fermato nella sua classe. Il giorno della visita, la maestra lo accoglie fuori dell’aula per raccontargli quanto capitò il giorno prima. Informando i bambini che l’indomani sarebbe venuto il prete a far loro visita, uno dei bambini, con tutta semplicità e naturalezza, le chiese: “Maestra, cosa è un prete?”. Il sacerdote giovane mi disse che per lui era stata una bella lezione di inculturazione!
Vi invito a immaginare il futuro di questo ragazzo, le domande che porrebbe e le sfide che da tutto ciò provengono!"

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