La forza della carità
Carità e verità. Non sono proprio due concetti che siamo generalmente portati ad associare. La Carità ha spesso un’accezione decisamente negativa. Facciamo la carità al barbone per strada, pochi euro per far vedere a tutti che la nostra coscienza è a posto. Siamo caritatevoli quando portiamo le buste della spesa alla vecchietta del secondo piano. La carità è la buona azione quotidiana, quel piccolo gesto sporadico che ci rende un po’ più contenti di noi per l’intera giornata quando lo compiamo. A livello politico la carità è quella degli interventi una tantum che destinano le briciole alle persone socialmente ed economicamente più deboli senza risolverne i problemi.
La Verità è quella di cui oggi avremmo bisogno e che molto spesso ci viene negata, divenuta concetto sempre più aleatorio, soggetta ai rimaneggiamenti dell’informazione o comunque sempre, costantemente, paradossalmente, soggetta ad interpretazione.
Che ci fanno questi due concetti accostati nell’ultima enciclica papale? In realtà c’è forse il desiderio di restituire il senso, di ridare significato alle parole.
È una carità reale e di sostanza, vera, non di facciata, pronunciata, proclamata e non attuata nel concreto, quella di cui parla Benedetto XVI.
E l’auspicarsi che la vera carità diventi un sistema di vita, da applicare in tutto, in tutti gli ambiti e i campi, da utilizzare come rimedio ai problemi sociali ed economici del nostro tempo.
Per troppo tempo è stata fraintesa, ed estromessa dal vissuto etico, allontanata dal ruolo che poteva ricoprire in ambito sociale, riconosce il Papa. Quando in realtà la «caritas» è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. Senza il nesso tra carità e verità non sarebbero possibili né la giustizia né la ricerca del bene comune: l’amore sarebbe solo una «riserva di buoni sentimenti». (…) Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante (...).
Della lettera del Papa hanno tutti sottolineato le sue parole sul mercato e sulla finanza, sulla crisi economica da vivere come opportunità per trovare nuove strade. A me piace sottolineare invece proprio il riconoscimento della carità come principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera.
È la vera carità che è venuta a mancare in questi anni e che continua ad essere assente dall’organizzazione della nostra vita. Mancanza che ha portato ad eccessi negativi ed effetti infausti nel mercato e nella finanza. Che ha impedito fino ad ora di fare le giuste considerazioni nei confronti del lavoro, dei lavoratori precari, dei migranti, di quella parte del mondo che continua ad essere attanagliata dalla fame.
«Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca - rileva l’enciclica - il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica». Per questo una nuova etica del mercato è necessaria. «L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento».
Rivoluzionaria è sembrata l’idea che l’economia vada fondata sull’uomo.
La crisi economica è stata generata e genera una crisi di valori. I nuovi scenari delineatisi a livello mondiale ci chiamano tutti ad assumerci nuove responsabilità, a trovare nuove strade per lo sviluppo globale. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno. La crisi vista così diventa l’occasione per una nuova progettualità.
Imprenditori, operatori economici, governanti, ciascuno di noi, ha un ruolo importante nello sviluppo della società e dell’umanità intera e deve quindi riscoprire il fondamento etico della propria attività a sostegno di uno sviluppo autentico.
È necessario quindi che maturi una nuova coscienza sociale che riconosca l’importanza della giustizia distributiva e in altre parole, della solidarietà.
All’origine dei problemi e del sottosviluppo c’è, infatti, la mancanza di fraternità e di una carità autentica, l’incapacità di riconoscersi nei problemi dell’altro e di sentirne le necessità e i bisogni, che fa spopolare visioni egoistiche. Sfuggono all’occhio distratto della società le immagini della sofferenza e dell’umanità violata. Ecco perché bisogna educare all’attenzione.
E nella sua lunga lettera non dimentica neanche quella il Papa, l’educazione, che implica la formazione completa della persona. (…) A questo proposito va sottolineato un aspetto problematico: per educare bisogna sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura (…) e trovare i giusti mezzi pedagogici che assecondino le persone nella loro piena realizzazione umana.
In tutti gli ambiti della vita sociale ed economica dunque non assistenzialismo paternalista ma aiuto reale (la cosiddetta sussidiarietà) nel rispetto della dignità della persona umana. Chi è nato nella parte di mondo “giusta”, dovrebbe imparare cioè ad utilizzare questo vantaggio per sostenere tutti gli altri, lavoratori, precari, migranti. Ciascuno di essi è non merce, non semplice forza lavoro o fattore di produzione ma Persona che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili da rispettare in ogni situazione.
La carità nella verità pone l'uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. Anche se talvolta l'uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società, in realtà l'essere umano è fatto per il dono, che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza. Nell'epoca della globalizzazione, l'attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. Asserire questo con tanta forza, equivale a propugnare la costruzione di un Nuovo Umanesimo in cui ciascuno di noi si rende davvero conto di essere parte di un grande gigantesco Tutto che funziona soltanto se tutti si sentono responsabili di tutti in una nuova forma concreta e profonda di democrazia economica.
Domenico Ricca



