La fotografia del Paese nei dati Istat 2010
Non è affatto un quadro consolante quello che ci descrive l’Istat nel suo ultimo rapporto sullo stato del paese. Un’andatura a gambero quella italiana. Un paese, il nostro, che della modernità sembra voler prendere solo il peggio.
Il Rapporto Istat 2010 è tutto dedicato alla crisi, tanti i numeri, nessuno che indichi buone nuove.
La crisi, definita nel rapporto “la più profonda della storia economica recente”, ha portato il nostro paese ad una flessione del Pil pari al 6,3% nel 2008-2009, facendoci divenire lo Stato dell’Unione europea la cui economia è cresciuta meno.
Gli effetti sociali sono visibili soprattutto su alcune categorie, giovani, donne, ma anche sulle famiglie e sui lavoratori stranieri.
Per la prima volta dall’inizio degli anni novanta, nel 2009 è diminuito il reddito disponibile in termini correnti delle famiglie consumatrici (-2,7 per cento). Le famiglie perdono potere d’acquisto e ciò, insieme alla manovra economica, potrebbe avere pessime ricadute anche sul fronte della riduzione dei servizi sociali.
In una situazione simile, a pagare ovviamente sono i più deboli. Le donne ad esempio, condannate sempre più a dover rinunciare ad uno dei loro ruoli, quello di madre o quello di lavoratrice. Sembrano tematiche degli anni ‘50-60 e invece è innegabile che, di questi tempi, si ripropongano anche problematiche connesse alle disparità di genere. La difficoltà ad avere dei figli, a crescerli in un contesto economicamente e socialmente sereno, viene denunciata da qualche tempo anche dalla Chiesa. E così l’Italia invecchia sempre di più. È il secondo paese più anziano d’Europa e presenta un forte squilibrio generazionale, rivelandosi incapace di dare prospettive alle nuove generazioni.
La famiglia rimane uno degli ammortizzatori sociali più importanti, soprattutto per i giovani che hanno perso il lavoro. Sono ovviamente loro i più penalizzati, i loro contratti, quelli atipici e quelli temporanei, con bassi profili professionali perché all’inizio della carriera. Generazioni che non potrebbero sopravvivere senza i genitori. Prima avveniva il contrario, erano i giovani che, con la loro professione, riuscivano a mantenere anche la propria famiglia d’origine. Oggi, deboli sul lavoro nonostante il titolo di studio, il 58% dei 18-34enni restano in famiglia: inattivi più che disoccupati, un dato triplicato rispetto al 2003. Nella fascia di età 18-29 anni, sono circa 300 mila in meno gli occupati rispetto al 2008, e non c’è titolo di studi che metta al riparo da questo rischio.
In aumento sono anche i giovani al di fuori del circuito formazione-lavoro, i cosiddetti giovani “né-né”, inattivi, che non lavorano e non studiano.
Anche la posizione dell’Italia nell’alta formazione è profondamente distante dagli altri paesi europei, l’Italia si conferma un popolo di bassa istruzione. È netto lo svantaggio del nostro paese rispetto all’Unione europea per quanto riguarda il livello generale di istruzione della popolazione: quasi la metà degli italiani si ferma al massimo alla licenza media e solo il 12,8% può vantare una laurea.
Il tasso di disoccupazione ad aprile è fissato all’8,9%, è secondo l’Istat il dato peggiore rilevabile dal quarto trimestre del 2001.
I giovani sono quelli che pagano il prezzo più alto di una crisi che si è cercato di negare e nascondere per troppo tempo e che invece la gente percepisce profondamente. Quale il vantaggio di rimandare la propria vita a tempi migliori? Quale il piacere di congelare la propria esistenza all’età adolescenziale per mancanza di autonomia economica, lavorativa, abitativa? Quale il vantaggio di rimandare a data da destinarsi la creazione di una famiglia propria?
È l’errore di una logica del breve periodo. Non solo siamo abituati a guardare solo al nostro orticello ma abbiamo anche uno “sguardo” limitato nel tempo. Hic et nunc, solo qui e ora è importate, a ciò che potrebbe accadere domani è meglio non pensare. Siamo la società del piacere immediato, anestetizzata dall’oppio della tv, dei consumi, dei piaceri passeggeri e modaioli. Ne subiamo tutti il fascino. A scapito di regole e di misure strutturali e di lungo periodo.
Si taglia sulla cultura, sulla scuola, sul servizio civile (mentre stranamente non mancano mai i fondi per i grandi armamenti!), privando di qualsiasi alternativa positiva le nuove generazioni.
Il compito delle nostre strutture educative è diventato quindi anche questo. Paradossalmente siamo nelle condizioni di non dover agire solo sul disagio ma anche sull’agio, sui giovani che non provengono da nuclei familiari disastrati e con condizioni economiche tragiche. Il nostro compito è diventato anche quello di creare nuove opzioni, far vedere che c’è dell’altro, che si può stare insieme anche in periodi difficili, in maniera serena e costruttiva e che si può educare e fare cultura anche in queste situazioni.
Quello che ci auspichiamo è che per una volta anche la nostra politica si sforzi di pensare anche seriamente e concretamente al domani, e sappia rinunciare ai propri piccoli interessi prendendo scelte e decisioni che diano davvero alternative a questo paese, evitando “misure tappabuchi” che non risolvono i problemi alla radice. Quello che ci auspichiamo è una manovra più equa: con sacrifici per tutti ma proporzionati alle possibilità di ciascuno.
Educazione e cultura chiediamo, e riforme che diano prospettive e nuova fiducia, capacità di credere nuovamente in questo paese, non illusioni o menzogne, ma fondate possibilità di miglioramento.



