Tavola Rotonda: “Un patto educativo per il protagonismo dei giovani”

Tavola Rotonda: “Un patto educativo per il protagonismo dei giovani”

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La “sfida” educativa - Gualtiero Sigismondi, Vescovo di Foligno
L’opera educativa in favore delle giovani generazioni non è mai stata un’impresa facile, e tuttavia il clima culturale e l’atmosfera che si respira rendono ancor più difficile tale compito.

Quella educativa da “esigenza” fondamentale è diventata, a poco a poco, “urgenza” primaria, fino a diventare grave “emergenza”. Tale “emergenza” si configura come vera e propria “sfida” educativa, soprattutto se si tiene conto dei diversi soggetti che entrano in varia misura nei processi formativi come protagonisti, vale a dire, in primo luogo, i giovani, quindi i genitori e l’ambiente familiare, poi gli educatori in senso complessivo, infine – non affatto ultimo! – il mondo dei media.

“L’educazione – a giudizio di Benedetto XVI – è un processo di Effatà, cioè di apertura degli orecchi, del nodo della lingua e anche degli occhi”. Il compito educativo è parte integrante della missione della Chiesa, impegnata a “formare” educatori credibili e autorevoli dei giovani. L’arte di educare è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell’amore vero.
L’educatore è un testimone della verità e del bene: un testimone fiducioso nell’opera della grazia, attento a non rinviare a se stesso e, soprattutto, pronto a fare propri questi atteggiamenti: ascoltare, discernere, accompagnare.

- Ascoltare con pazienza le domande dei giovani, tenendo presente che nel processo educativo la domanda dove guardi? è previa all’interrogativo dove sei?, poiché per scoprire dove ci si trova è necessario sapere dove si è diretti. Il pianto e l’incanto dell’anelito consentono non tanto di misurare la distanza che rimane da coprire, quanto piuttosto di verificare se si è in cammino.  

- Discernere con fiducia le attese e i desideri dei giovani, distinguendo le speranze dalle illusioni, le aspirazioni dalle ambizioni, senza mai assecondare gli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli. Il discernimento esige grande discrezione, che è la forma più alta di attenzione; esso peraltro, non è il risultato di una deduzione ma è l’esito di un’intuizione.

- Accompagnare con amore i giovani nel loro cammino, tenendo conto del fatto che il rapporto educativo è incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà, la quale è un “trampolino di lancio”, ma può diventare un “piano inclinato”. Il punto più delicato dell’opera educativa consiste nel trovare un giusto equilibrio tra libertà e disciplina.

Davanti ad un certo smarrimento delle motivazioni, oltre che degli atteggiamenti, che stanno alla base della sfida educativa, occorre ritrovare il “baricentro” dell’esperienza formativa, ossia quella “sapienza antropologica” che consente ai giovani di riconoscere che essere uomo equivale ad essere figlio. La famiglia è, senza dubbio, lo spazio vitale in cui matura l’esperienza della figliolanza, che, per così dire, costituisce il campo-base della fraternità, la quale, a sua volta, è uno dei terreni più fertili per coltivare l’amicizia fraterna. Se l’amicizia non fosse la “gemma preziosa” della fraternità sarebbe una “semplice coincidenza di interessi egoistici”.
Accanto alla famiglia, luogo in cui dovrebbe avvenire la prima sintesi relazionale, si colloca, da una parte, la scuola, e, dall’altra, l’oratorio parrocchiale. Se la scuola è il contesto nel quale allievi e docenti dovrebbero scoprire il rapporto tra cultura e vita, l’oratorio parrocchiale, concepito non tanto come struttura ricreativa quanto come modello educativo, si offre non solo come laboratorio della fede, ma anche come comunità educante dove si riceve una formazione umana integrale, che sviluppa competenze relazionali.

La “segnaletica” dell’educatore

Dare precedenza: esplorare la “frontiera” del mondo giovanile, muovendo dalla consapevolezza che “evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa”.

Direzione obbligatoria: avvicinare i giovani con entusiasmo sincero, testimoniando loro che non costituiscono un problema, ma una risorsa di speranza.

Divieto di sosta: uscire dal “porto” di una pastorale giovanile ormeggiata ai grandi eventi, prendendo il largo nel “mare aperto” della quotidianità della “sfida” educativa.

Caduta massi: tracciare cammini di pastorale giovanile praticabili, anziché elaborare progetti astratti, sbilanciati sul versante del comunicare piuttosto che su quello del trasmettere.

Incrocio pericoloso: aiutare i giovani a coniugare solitudine e comunione, sollecitandoli a stabilire relazioni autentiche e non semplici connessioni.

Strada sdrucciolevole: prestare attenzione a non separare la pastorale giovanile da quella familiare, ancorandola saldamente a quella vocazionale.

Strada senza uscita: evitare di ridurre gli oratori a dei contenitori di “iniziative prive di iniziativa”, puntando a farli diventare laboratori della fede e cantieri di speranza.

Limite di velocità: prendersi cura delle giovani generazioni senza limitarsi a farsene carico, avendo la semplicità e la prudenza di coinvolgersi senza farsi travolgere.

Salita ripida: incoraggiare i giovani a puntare in alto, allenandoli al sacrificio, al silenzio, alla sobrietà, alla solidarietà e, soprattutto, alla speranza.

Obbligo di catene a bordo: trasmettere ai giovani il fascino per le cose grandi, sostenendoli nel faticoso incedere dello sguardo – prima ancora che dei piedi! – verso le vette.

Divieto di transito: accostarsi al mondo giovanile senza invasioni di campo, ben sapendo che nemmeno lo Spirito santo vuole operare senza il consenso della libertà umana.

Divieto di sorpasso: attendere con dolcezza e rispetto i tempi di maturità di ciascuno, riconoscendo che “ogni giovane ha la sua pienezza del tempo”.

Stop: coniugare fermezza e mitezza, pazienza e audacia, esercitando con le giovani generazioni l’autorità di dire dei No che abbiano la stessa dolcezza del Sì.

Divieto di segnalazioni acustiche: osservare e proporre, abbassando il tono delle inutili lamentazioni e riducendo il frastuono delle sterili esortazioni.

Raffiche di vento: stimare i giovani degni di fiducia, senza limitarsi a dare loro fiducia, e, soprattutto, senza spegnere le loro aspirazioni o soffocare i loro desideri.

Tutte le direzioni: spingere i giovani a prendere il largo, evitando di confinarli nella trincea del paternalismo, che se non riesce a possedere non rinuncia a trattenere.