Tavola rotonda: il ruolo dei media secondo Stefano Trasatti

Tavola rotonda: il ruolo dei media secondo Stefano Trasatti

Stefano Trasatti

Stefano Trasatti è il direttore di Redattore Sociale.
Redattore Sociale è uno strumento un po’ particolare perché è un’agenzia che si occupa soprattutto del sociale, di cosa succede nella società, e del Terzo Settore e si è assunta il compito di costruire un patto, una relazione tra la società e il sistema dei media.
Ecco cosa pensa Stefano Transatti di come i media influenzano la società e del ruolo che hanno nel campo dell’educazione.

"È vero, Redattore Sociale è un po’ particolare: è infatti una testata professionale ma non profit, perché edita da una realtà non profit che è la Comunità di Capodarco, nata per colmare un vuoto all’interno del grande flusso dell’informazione. Flusso di cui noi utenti vediamo solo una piccolissima parte ma che è molto grande ed è seguito da un numero ristretto di persone, purtroppo. Questo vuoto è quello appunto di molti soggetti della società che hanno il contatto diretto con la realtà ma che non hanno voce. Non parlo solo di persone deboli. Parlo proprio di operatori, come quelli che sono qua, che conoscono direttamente i problemi, ne parlano con cognizione, dicono cose nuove, ma non riescono a entrare in questo flusso. Sarebbe importante almeno entrare. Avere visibilità su giornali e tv è un altro discorso. Ma almeno entrare e magari scalzare tutti quei luoghi comuni e quegli stereotipi sui temi del disagio sociale e dell’impegno sociale.

Io mi soffermerei su due delle domande che sono state poste dal gruppo sui media: è importante potenziare le capacità di uso critico e intelligente da parte dei giovani dei mezzi di comunicazione o va cercata soprattutto e perseguita una concertazione e cooperazione tra educatori e gestori dell’informazione mediatica (diciamo giornalisti, comunicatori, perché con gli editori è molto difficile)? Io penso che vadano fatte entrambe le cose però con una serie di attenzioni.
Per guidare i giovani, potenziare le loro capacità nel contatto con la comunicazione, intanto dobbiamo conoscerla noi la comunicazione, dobbiamo conoscerla bene. Io credo che chi ha scelto l’impegno di fare l’educatore di giovani, di adolescenti, di ragazzi, non può permettersi di essere un utente passivo della comunicazione. E spesso lo è. Non parlo di voi, parlo del mondo del volontariato che notoriamente non riesce ad avere un rapporto sereno con l’informazione, un rapporto fruttuoso, produttivo.
Prima di tutto bisogna conoscere i media. Dobbiamo farci una “dieta mediatica”. Si parla tanto di diete, di salutismo: fare una dieta mediatica anche noi non sarebbe male, avere un consumo critico dell’informazione, scoprire, non farsi trasportare dalle mode.
Adesso la moda è Internet, ma non è tutta la realtà. Ci sono varie cose che vanno rivalutate, che vanno seguite. Io suggerirei per esempio di leggere i giornali, i quotidiani, e non solo Internet, perché il quotidiano è concepito come una cosa che mette ordine, che è impaginata, che dà una sequenza, dà un rilievo. Su Internet è tutta un’altra cosa, anche se magari alcuni dei contenuti sono gli stessi.
Seguire la radio, allargare un po’ la visione al mondo, leggere ad esempio settimanali come Internazionale, ma anche leggere settimanali dove c’è un po’ di rallentamento, come Famiglia cristiana che è uno dei migliori settimanali in Italia se non il migliore insieme a Internazionale, secondo me. Questa è la priorità assoluta: alfabetizzarsi noi per primi all’informazione e poi cercare di alfabetizzare i giovani. Però tenendo conto dei contesti dei giovani, quindi facendo circolare nei vari ambiti in cui si incontrano tutti gli stimoli che abbiamo acquisito da questa dieta mediatica che diventa sempre più raffinata. Far circolare le cose buone perché ce ne sono moltissime nell’informazione.

Lo voglio dire subito: non demonizziamo la comunicazione! Non temiamo la comunicazione! Perché non è tutto cattivo! È esattamente buono e cattivo come lo è qualsiasi ambito della società, qualsiasi “agenzia educativa” come si dice qui, come lo è la scuola. Demonizzarla è la cosa più sbagliata, fare catastrofismo è la cosa più sbagliata se noi vogliamo utilizzare la comunicazione nell’educazione dei giovani.
È importante tenere conto del fatto che siamo già a contatto con la seconda o la terza generazione di giovani (parlo di giovani dall’adolescenza ai 25-30 anni) che è cresciuta senza avere la dimensione del giornale, del quotidiano; che usa la tv in modo completamente diverso e che ne ha una visione molto più laica di quella che abbiamo noi; che ha la possibilità di conoscere, di essere informata di molte più cose di noi. Dall’altra parte, questi giovani hanno anche il pericolo di crescere molto più tabula rasa di noi per i vari problemi che in parte sono stati accennati. Quindi utilizzare la comunicazione non impaurendosi, non avendone soggezione, non pensando che ci sono mezzi dannosi e mezzi meno dannosi, che i giornali siano meno pericolosi di Internet. Nessun mezzo è dannoso. Questa sembra una banalità, ma è chiaro che anche un quotidiano può essere dannoso. Ci possono essere, come ci sono oggi, dei “quotidiani pornografici”; e la qualità di Internet dipende da come lo si usa. Facebook non è dannoso in sé.

Non utilizzare toni catastrofistici, toni paternalistici e toni prescrittivi. Non generalizzare mai! Insomma, il filo conduttore dovrebbe essere imparare noi a farci una bella dieta mediatica che ci asciughi un po’ e ci faccia diventare più critici. C’è chi comincia a proporre di fare dei gruppi. Forse conoscete i GAS, Gruppi di Acquisto Solidale – gruppi di persone, di famiglie che cominciano ad acquistare in modo critico, consumare in modo critico, e che non vanno al supermercato semplicemente riempiendo il carrello, ma sono alfabetizzati al consumo. Ecco, c’è chi comincia a parlare di gruppi di informazione solidale: riunirsi e discutere, dire: “Questa settimana l’articolo peggiore è stato questo secondo me, l’articolo migliore è stato questo”, scambiarsi opinioni pur non essendo tecnici. Non si tratta di diventare tutti mass-mediologi, esperti di comunicazione. Ci sono alcune piccole cose da sapere che si imparano subito e che, ripeto, devono essere assolutamente imparate. Allo stesso modo in cui voi, dal momento in cui fate dei progetti educativi diventate esperti di modelli pedagogici, dovete essere consapevoli che anche questa è un’altra cosa da sapere. Diversamente, non venga utilizzata l’informazione e sia lasciata fuori perché è meglio".