Trovare nuove soluzioni per minori a rischio. Un corso per aiutare gli operatori del settore.
A breve partirà il corso di perfezionamento universitario per l’aggiornamento di chi opera con i minori a rischio nelle strutture federate ai Salesiani per il sociale. Nell’intervista che segue il coordinatore del corso don Giuliano Vettorato ce ne illustra motivazioni e obiettivi.
Domanda. Perché questo corso? Come è stato pensato e da cosa nasce?
Risposta. Il corso nasce dalla volontà della Federazione SCS di offrire ai propri soci la possibilità di un aggiornamento in un settore difficile e non ancora toccato dalle precedenti offerte. Infatti finora erano stati fatti corsi per le case famiglia, per le comunità di recupero, per gli immigrati. Rimaneva scoperto un settore difficile da definire, perché non garantito da forme istituzionali ben precise: ed era il settore che noi abbiamo chiamato dei minori a rischio di devianza, quei ragazzi cioè che non sono ancora oggetto di un intervento dell’autorità giudiziaria per minori o dei servizi sociali, ma che comunque per situazione sociale, per tipo di compagnie e di comportamento commettono degli atti devianti e sono prossimi a finire nelle reti della giustizia. Alcune attività della Federazione SCS si propongono di intervenire “prima che sia troppo tardi”, in quella situazione di calma che precede la tempesta. Per questo occorrono competenze specifiche, per cui finora non si era fatto nulla di preciso, anche se molte attività erano assai prossime alle esigenze di questo tipo di minori. Inoltre il corso è stato fatto su mandato della CISI (Conferenza Ispettori Salesiani d'Italia) che ha dato alla Federazione l'incarico di promuovere percorsi formativi che possano dare gli strumenti a salesiani e laici per intervenire sulle situazioni di disagio giovanile.
D. Perchè proprio questa modalità (corso di perfezionamento universitario), non bastava un semplice corso di aggiornamento?
R. Il corso di perfezionamento universitario (invece del solo aggiornamento) è stato voluto per dare ai corsisti un documento delle competenze acquisite riconoscibile da amministratori o autorità civili, in caso di bandi di concorso. Inoltre esso fa parte della politica di collaborazione tra Università Salesiana e SCS avviata da anni. All’Università interessa verificare sul campo le teorie scientifiche che va proponendo e collaborare fattivamente con i Salesiani, alla SCS interessa mantenere un alto profilo professionale ed avere nell’Università un partner credibile per la qualificazione dei suoi soci.
D. Cosa significa attualizzare il sistema preventivo?
R. Il sistema preventivo è nato nel 1800 con don Bosco. Nel momento in cui nasceva, tale termine era di dominio comune (l’idea di prevenzione la troviamo negli scritti di C. Beccaria, del F. Aporti e di molti altri autori di quel tempo). D. Bosco lo precisò dicendo che era meglio raccogliere i ragazzi dispersi nelle strade, che non andavano a scuola, non avevano lavoro, che si davano a piccoli atti delinquenziali. Egli aveva scoperto che offrire loro un luogo riparato dove giocare, divertirsi, ricevere istruzione, imparare un lavoro serviva a farne degli “onesti cittadini e dei buoni cristiani”, come recita una sua famosa frase. Ciò costituiva un antidoto alla strada della delinquenza. Soprattutto aveva introdotto l’amorevolezza nel rapporto con i ragazzi, in un tempo in cui l’educazione era concepita in termini di severità e castighi. Oggi questo metodo va adattato alle nuove situazioni che si sono create a livello sociale e culturale.
D. Perché si pone questa necessità? Quali sono oggi i comportamenti a rischio, come sono cambiati i giovani di Don Bosco?
R. Le cose sono molto cambiate. Tutti i ragazzi hanno la possibilità (anzi l’obbligo) di andare a scuola e di imparare un mestiere. Non si possono più infliggere castighi ai minori, che vivono nell’abbondanza ed in un clima di consumismo e di permissivismo. Ciò nonostante molti di loro pur avendo tutto, non sono felici, non vanno a scuola volentieri, non trovano lavoro e non sanno cosa faranno nel futuro. Sovente inoltre sono abbandonati dalla famiglia, troppo presa dagli impegni quotidiani. Così preferiscono occupare il loro tempo davanti ai videogiochi, ad internet, nei pub o in discoteca, spesso mettendo anche in atto comportamenti a rischio (per la loro salute, per la loro o altrui vita, per il loro futuro, ecc.). Le statistiche rivelano un cambio anche nei comportamenti devianti e di rischio. I più frequenti tra gli adolescenti sono:
• Il rischio del “virtuale” (87,85%), con un «mix» di nuovi e vecchi media
• L’alcolismo (85,1%)
• Il tabagismo, il fumo (61,9%).
• I rischi relativi alla sicurezza viaria (56,93%), come “guidare contromano”, “non usare il casco in moto”, “andare a velocità molto elevate”, “sfidarsi in corse pazze di notte”, ecc.
• I comportamenti antisociali classici (43,25%), come “fare a botte allo stadio”, “atti di teppismo o vandalismo”, “bullismo”, “schiamazzi notturni”, “guerriglie tra bande rivali”, “pestaggi”, “furti”, “scippi”, “spaccio di droghe”, “microcriminalità”, ecc.
• L’uso di “droghe leggere” (40,1%), come “fumare spinelli”.
• I comportamenti legati alla sfera sessuale (20,31%), come “avere rapporti con partner diversi”, “non usare anticoncezionali”, “abortire”.
• Le abitudini alimentari abnormi (18,06%) come “abbuffarsi e vomitare”, “fare diete drastiche”, “assumere pastiglie dimagranti”.
• Assumere droghe “pesanti”(8,09%) come “cocaina” (in crescita), “ecstasy, “anfetamine”, “crack”,“eroina”, la terribile “chetamina” (la droga dei cavalli).
• Aumento dei giochi d’azzardo.
Inoltre si nota che tali comportamenti a rischio stanno aumentando tra i giovanissimi, si sta abbassando l’età in cui si cominciano a mettere in atto e stanno interessando sempre di più anche le ragazze.
D. Di cosa hanno bisogno oggi, cosa serve per rispondere ai nuovi bisogni dei giovani?
R. Questi comportamenti a rischio, spiegano gli esperti, costituiscono un mettersi alla prova, un mostrare le loro abilità. Ma non essendo riconosciuti dalla società degli adulti, sono costretti a farlo davanti ai compagni. Ecco allora i comportamenti da “bulletti”, dove conta chi ha più coraggio, chi la fa più grossa, chi osa di più. Ma tali comportamenti non provocano che danni e non li aiutano a maturare ed inserirsi in società. Tuttavia non serve reprimere. È necessario invece dar loro qualcosa di sostitutivo e costruttivo. L’obiettivo del nostro corso è proprio rispondere a questo tipo di esigenze. Per questo bisogna mettersi attorno ad un tavolo tra esperti e persone che conoscono i ragazzi ed “inventare” e sperimentare nuove soluzioni.
D. Quali le competenze di cui ha bisogno chi si occupa del disagio giovanile e che sperate di trasmettere ai partecipanti al corso?
R. Le competenze che si chiedono agli operatori in questo settore sono molteplici. Noi ci siamo concentrati sulle seguenti:
- Capacità di pianificare, programmare azioni educative efficaci.
- Capacità gestire le relazioni e le risorse umane, promuovendo processi relazionali positivi, valorizzando le competenze individuali, evitando carichi di lavoro eccessivi, gestendo lo stress, ecc.
- Capacità di gestire strategicamente gli interventi educativi nei servizi per minori, attraverso l’analisi e il monitoraggio dei livelli organizzativo, processuale, metodologico, operativo assumendo l’educativo come criterio di riferimento; potenziando e ottimizzando le risorse presenti e indicando le vulnerabilità sulle quali intervenire.
- Capacità di valutare adeguatamente i risultati ottenuti, in relazione agli obiettivi e alla qualità educativa dei servizi, e di riprogrammare i servizi sulla base dei risultati effettivi.



