Il contatto, il tempo e la vita. Intervento dei coniugi Zattoni-Gillini

Il contatto, il tempo e la vita. Intervento dei coniugi Zattoni-Gillini

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Dove va la famiglia? Dove si colloca la famiglia nel patto educativo? Non è ozioso ribadire che la famiglia non ce la fa da sola a educare persone; in teoria ogni famiglia lo sa, lo sperimenta sulla propria pelle, si aggrappa ad altre agenzie educative quando è troppo tardi, o si attesta a denunciare di essere lasciata sola quando non ha fatto nulla per "fare territorio". In teoria, lo sa; di fatto si comporta come se tutto l'intero sistema facesse perno su di sé, si chiude a chiave, accumula assicurazioni e antifurto di ogni genere. "genitori onnipotenti e disperati" abbiamo scritto in margine al decimo rapporto CISF su "Famiglia oggi". "Genitori elicottero", lamenta Michael Ungar psicologo canadese, che si sentono in dovere di star sopra ai figli per provvedere a tutto (il titolo suona: "Troppo protetti per il loro bene" ), salvo poi mollarli quando non possono più star sopra a figli ribelli e nichilisti (del nichilismo post-moderno che è non solo livellamento di valori, ma piattezza depressiva) e poi riprenderli quando loro genitori vengono chiamati in causa come trascuranti, colpevoli, supplenti, ultimo soccorso: di tutto di più, come si usa dire. Il pungolo decisivo è che si sono lasciati mettere in testa che loro sono dall'altra parte della barricata, diventano man mano una mostruosa figura di «genitori senza» (Franco Garelli chiamava i giovani al convegno di Cotronei «generazione senza» , ben a ragione e forse questa figura è speculare alla nostra).
Senza che cosa? Senza figli (e non perché banalmente ormai i figli sono troppo pochi) ma perché essi sembrano porsi (ingenuamente o meno) al di qua dell'orizzonte dei figli ridotti a cose da riempire, da far star bene, da proteggere o da "mollare"; ricordiamo bene: la dimissione educativa sempre più emergente da parte della famiglia è figlia non di un banale disinteresse per i figli, ma proprio di un investimento ansioso e acritico che consiste, prima, nel voler far tutto e poi nel "lasciar andare", lasciar correre quando si constata l'impossibilità di un simile utopico ruolo educativo tutto centrato sul "fare l'altro" nel senso di produrlo nel migliore dei modi.
E, allora, addio protagonismo dei giovani; le premesse cui abbiamo accennato sono le premesse per ridurre i giovani a utenti (utenti che spariscono, sono inesistenti quando non consumano).

Fatto è che la famiglia è figlia del nostro tempo; per usare un'immagine fulminante di uno scrittore francese Pascal Bruckner, da cappa di piombo quale era, si trova ad essere tenda bucata , dove il termine tenda allude alla provvisorietà, alla nefasta non-permanenza dei legami e l'essere bucata allude all'essere inerme rispetto ai venti, alle mode, alle influenze che la circondano.

Dove va allora la famiglia? Va dove vanno i suoi figli, i suoi giovani: in una società non solo liquida, ma in un tempo «puntillistico», per usare una non felice espressione di Z.Bauman , per dire un tempo assolutamente frammentato. Diciamo: un tempo presente che non ha più a che fare con l'hic et nunc, cioè il presente dimensionabile perché dentro un flusso, un ciò che viene prima, un'ora, e un ciò che viene poi. In un simile frammento di tempo lasciato a se stesso, i giovani sono pari agli adulti, ai genitori: gli uni e gli altri paiono consegnati al must del proprio privato godimento (del tipo: quattro persone in famiglia e allora quattro PC, quattro collegamenti diversi, ognuno con i suoi "fili" che non collegano a quelli che abitano nella casa, ma a presenze virtuali). Come vedremo, ciò che viene meno sono: il contatto, il tempo e l'intero della vita: che sono poi i luoghi in cui accade la presenza. L'umana continuità che si esprime nei segni è sotto tiro; diciamolo con le parole di Sequeri (editoriale di Avvenire 20/12/09) «i segni dei tempi, ormai, si leggono nel meteo, i segni della vita al microscopio e quelli della storia in Borsa».

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